Referendum costituzionale, Sì o No? Risponde la FUCI

Eccoci. Ricomincia un altro anno accademico, e quindi un nuovo anno fucino. In verità le iniziative non sono mancate nemmeno durante l’estate, perché gli universitari della Federazione a prescindere si danno da fare attraverso iniziative culturali e associative. Ad esempio, proprio nel primo week-end di ottobre si è tenuta l’Assemblea Biregionale tra Lombardia e Triveneto a Padova. In quest’occasione abbiamo avuto modo di riflettere sul referendum costituzionale, per cui si andrà a votare a dicembre prossimo.

dscf4580Il gruppo di Milano Statale non si è stancato di parlarne, perciò nel pomeriggio del 3 ottobre è stato organizzato l’evento Perché Boh, un dibattito sulla questione, un’occasione di approfondimento sul tema in termini giuridici e non solo, al fine di chiarire meglio le posizioni contrastanti nell’approvare o meno la nuova riforma.

 

Miriam Maistdscf4560relli e Ruggero Barelli, rispettivamente studenti di Giurisprudenza al quarto e quinto anno all’Università Statale di Milano, hanno introdotto il dibattito in maniera critica e professionale, spiegando le basi politiche e giuridiche della situazione, cosicché anche i meno esperti tra i presenti in materia potessero comprendere meglio, e successivamente i pro e i contro del referendum stesso.

Innanzitutto, ce lo chiediamo tutti. Questa riforma è veramente comprensibile ai più? Quante persone effettivamente hanno letto le sue pagine integralmente? Cosa cambia nel caso la si approvi? Queste le domande basilari per avvicinarsi al problema.
Precisiamo che questo referendum non è equiparabile a quello svoltosi la primavera scorsa sulle trivelle, per cui era necessario il quorum. Ora non è necessario.
Un punto centrale su cui la riforma si sofferma è il rapporto che vige tra potere legislativo tra Camera e Senato e tra Stato e Regioni. Inoltre, si parla si tre gradi di competenze, statale, concorrente e regionale.

Analizzando la questione, il bicameralismo perfetto (paritario) sta presentando dei difetti e degli svantaggi, che bisognerebbe fronteggiare. Innanzitutto, a causa sua il processo di approvazione di una legge avviene molto lentamente, poiché commissioni diverse che rappresentano diverse maggioranze esigono un tempo esaustivo nel prendere decisioni. Camera e Senato avranno esigenze diverse: la prima sarà composta da più votanti, il secondo conterà più presenze.
Inoltre è innegabile che, sin dal percorso storico delle Camere, i partiti politici (citiamo Democrazia Cristiana e il Partito Comunista) segnino significativamente l’azione di queste, facendo sì che le votazioni siano spesso complesse.

Il bicameralismo perfetto è un sistema di bilanciamento dei poteri, che devono presentare “contrappesi” per risultare democratici, in qualche modo. Questo sistema è molto funzionale nel limitare una premiership forte, ed è stato pensato venendo dall’esperienza del fascismo. È proprio nell’anima antifascista della Costituzione che va compreso il grande limite dei poteri al Governo. In Italia, infatti, il Governo non viene eletto dal popolo, ma nominato dal Presidente della Repubblica a seguito di una consultazione con le forze politiche elette, allo stesso modo in cui faceva il re durante il Regno d’Italia. La rappresentanza del popolo è, infatti, dei parlamentari e dei senatori.
L’indebolimento di queste figure e lo svilimento della politica a “farsa” hanno portato a più riprese a deresponsabilizzare le Camere e a vedere di buon occhio due polarità che hanno dominato la politica italiana nell0 scorso ventennio: da una parte il decentramento istituzionale al fine di avvicinare il cittadino alle istituzioni (è questo il caso del federalismo o dei movimenti indipendentisti sorti in varie regioni d’Italia), dall’altra vi è, invece, l’accentramento del potere nelle mani di una leadership forte, e ne consegue, dunque, una direzione più presidenzialistica.

Questa dinamica di pensiero che oggi vige comunemente tra molti di noi, permette di ripensare la rappresentanza come minimale e di vedere due Camere come una “moltiplicazione di enti inutile”. È altrettanto vero, però, che in Europa solo l’Italia e altri cinque paesi detengono il sistema del bicameralismo perfetto.

Per quanto riguarda le Regioni, invece, la chiave del problema sta nel conflitto di competenze. E il 2015 è stato un anno esemplificativo sotto questo punto di vista, dal momento in cui si sono verificati ben 104 ricorsi tra Stato e Regioni a proposito dell’applicazione legislativa nei diversi campi della società.

Secondo Miriam, che sostiene il NO, il problema della scrittura dell’articolo 70 è serio. Per la controparte del sì, e dunque per Ruggero, è utile che vengano espresse tutte le funzioni e compiti del nuovo Senato. Ad ogni modo, entrambi hanno dichiarato che verso la conclusione l’articolo diventa davvero di difficile comprensione, indipendentemente dal parere sostenuto.
A più riprese durante, l’incontro tenutosi il 3 ottobre, è tornato il tema della rappresentatività, che è forse molto significativo per la questione della riduzione dei senatori. Ruggero ha, però, sottolineato come molte questioni restino in sospeso fino al referendum, perché non si sa effettivamente come la nuova costituzione venga applicata.

In questo dibattito è stata ribadita a più voci l’opulenza delle amministrazioni passate, guadagnando così l’idea che sicuramente una riforma allo Stato attuale è necessaria.
Ma ora come ora è giusto iniziare la riforma dalla Costituzione? Secondo i sostenitori del Sì è giusto perché a cascata si riformerebbe anche il resto. Secondo i sostenitori del NO è inutile e sarebbe preferibile riformare i regolamenti interni di Camera e Senato, redigendo magari una nuova legge elettorale che differenz la modalità elettiva delle due Camere.

dscf4584La voglia di riformare è, però, comune a tutte e due le parti, come l’idea che l’opulenza delle istituzioni non vada ricercata nella Costituzione stessa alla stregua di un difetto genetico, ma più nella naturale corruttibili dell’essere umano. L’idea che la Costituzione sia un difetto è stata il cavallo di battaglia di molte forze politiche, sia passate sia presenti, creando così nell’immaginario collettivo il fatto che essa fosse un pezzo di carta qualunque che poteva essere trattato come una legge ordinaria, modificabile ed emendabile a piacimento.

Inoltre, certi discorsi “anticostituzionali” hanno fatto pensare che la Costituzione mal rappresentasse l’unità nazionale. Tutti questi attacchi su più fronti, uniti ad un nuovo modo di vivere la democrazia, l’indignazione e lo scandalo, ci hanno portato oggi ad una nuova sensibilità e una voglia di cambiare.
Questa non è la migliore riforma possibile e il confronto non può essere svilito in un semplice dualismo involuzione-rivoluzione. Perché è il caso di dirlo: vecchio non è sinonimo di efficienza, ma è altrettanto vero che nuovo non è sinonimo di innovazione.
Il 4 dicembre, però, saremo tutti chiamati al voto e sia che vinca il Si sia che vinca il NO, saremo noi a decidere, sarà il popolo italiano a decretare con una X il proprio futuro. L’augurio è quello di un voto partecipato, pensato, che vada oltre l’orientamento politico, per un voto secondo coscienza che ci istituisca tutti come cittadini sapienti.

Si ringraziano Miriam e Ruggero per il contributo.
Testo a cura di Massimiliano Puppi e Francesca Bertuglia
Fotografie di Massimiliano Puppi

Referendum del 17 aprile – verso un voto consapevole

Domenica 17 aprile 2016 i cittadini italiani sono chiamati al voto per il referendum abrogativo in materia di concessioni di estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine, su richiesta di 9 Consigli regionali.

Il referendum abrogativo è disciplinato dall’art.75 della Costituzione Italiana che al I comma dispone:

“É indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge quando lo richiedono 500.000 elettori o 5 consigli regionali”

Il referendum è uno strumento giuridico di democrazia diretta, attraverso cui i cittadini prendono parte direttamente alla decisione politica.

Lo strumento referendario fu utilizzato per la prima volta in Italia nel 1946, per la scelta della forma istituzionale (monarchica o repubblicana). Viene poi ad essere inserito nella Costituzione della nostra Repubblica nel ’48, nelle due forme del referendum costituzionale (art.138), per eventuali modifiche alla Costituzione, e del referendum abrogativo (art. 75), relativo alle leggi ordinarie.

Come nasce il referendum del 17 aprile?

La prima questione su cui interrogarsi è cosa sono le trivelle. Con questo termine si intende un insieme ampio e complesso di attività che vanno dalla perforazione dei pozzi di ricerca a quella dei pozzi di produzione, dalla realizzazione di gasdotti e oleodotti all’installazione di piattaforme petrolifere. Gli impianti variano a seconda dei fondali, delle caratteristiche del giacimento e del tipo di combustibile estratto.

Nel settembre 2015 il movimento fondato da Giuseppe Civati aveva promosso alcuni quesiti referendari ma non era riuscito a raccogliere le 500.000 firme necessarie (ex art.75 Cost.) per chiedere un referendum popolare. Dopo poche settimane dieci Consigli regionali – Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto – hanno promosso sei quesiti referendari che riguardavano la ricerca ed estrazione di idrocarburi in Italia, l’Abruzzo si è poi ritirato dalla lista dei promotori. A dicembre 2015 il governo ha proposto delle modifiche alla Legge di Stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari proposti. La Corte di Cassazione ha riesaminato i quesiti e l’8 gennaio 2016 ne ha dichiarato ammissibile solo uno, in quanto gli altri recepiti dalla Legge di Stabilità.

La parte di legge di cui viene richiesta abrogazione riguarda l’art.6, comma 17, terzo periodo, del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 ‘Norme in materia ambientale’ limitatamente alle seguenti parole recentemente così modificate dalla Legge di Stabilità 2016: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”.

Si vota, in sostanza, per rinnovare o non rinnovare le concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine su piattaforme già esistenti. Dai dati ufficiali forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico sono 44 le concessioni interessate dal quesito referendario. In particolare 33 sono totalmente ubicate entro il limite delle 12 miglia dalla linea di costa e dalle aree protette, mentre altre 11 lo sono prevalentemente (più del 75% dell’area) ed hanno gli impianti ubicati entro le 12 miglia.

Nel 2015 la produzione delle concessioni ubicate entro le 12 miglia è stata di 1,93 miliardi di m3 di gas (pari al 42,8% della produzione offshore e al 28,1% della produzione nazionale di gas) e a 0,54 milioni di tonnellate di olio greggio (pari al 72,3% della produzione offshore e al 10% della produzione nazionale).

Le estrazioni vengono effettuate da diverse compagnie del ramo energetico, sulla base di una concessione iniziale di 30 anni, poi prorogabile di 5 anni in 5 anni, fino al massimo di due volte. Secondo la normativa precedente alla modifica contenuta nella citata Legge di Stabilità 2016, allo scadere della concessione ha termine la trivellazione. La nuova formulazione della norma permette invece il prosieguo dell’attività estrattiva anche dopo la scadenza delle concessioni, fino all’esaurimento dei giacimenti.

I referendari chiedono che questo nuovo provvedimento venga cancellato e che si torni alla scadenza predefinita delle concessioni.

Votare sì, Votare no, Astenersi?

Votando sì al referendum si esprime la volontà di non rinnovare, una volta terminata, la concessione di estrazione per una compagnia. Molte sono state le campagne a favore del SÌ, di associazioni ed enti ambientalisti in particolare, che hanno posto l’attenzione sulle scelte di governo in materia di energia, incentivando l’utilizzo di fonti rinnovabili per l’approvvigionamento energetico, più pulite e rispettose dell’ambiente.

Votando no si esprime invece la volontà, una volta terminata la concessione, che si continui ad estrarre fino a che il giacimento non si esaurisca naturalmente. Sostenitori del NO sono per lo più rappresentanti di imprese e sostenitori delle fonti fossili, che pongono l’accento sul tema occupazionale ed economico.

Astenendosi si agisce, invece, sul mancato raggiungimento del quorum, che ha come effetto il mantenimento della legge in vigore, come da ultima modifica.

Esprimere il proprio voto è un diritto e anche una responsabilità comune. È responsabilità di ciascuno assicurare che la voce diretta del popolo arrivi a prendere parte al governo del paese. Votare assicura il raggiungimento del quorum e quindi la validità del parere espresso dal referendum stesso, come dispone l’art. 75 della Costituzione al comma 3: “La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

Tale referendum riporta una valenza politica più generale. Richiama gli italiani a riflettere in materia di ambiente, energia, sviluppo, economia e lavoro, potendo esprimere direttamente un indirizzo sulle future scelte di Governo su questi temi.

Risulta quindi importante, per mantenere viva la democrazia italiana, fare del prossimo referendum uno strumento di partecipazione attiva nella vita della società, ma anche di consapevolezza nei riguardi dell’ambiente che abitiamo.

tratto da: www.fuci.net

 

Italicum: a che punto siamo?

di Maddalena Burelli e Pietro Pellegrinivoto

Gli esempi di cattiva politica sembrano non passare mai di moda. Ce ne danno prova alcuni dei nostri politici resi celebri più dalle loro imitazioni che dall’effettivo svolgimento della loro funzione parlamentare. Sono spesso manifestazioni della crisi, ormai più che decennale, della rappresentanza politica che trova le sue cause (tra le varie) nella legge elettorale che per lungo tempo ha reciso il rapporto tra eletto ed elettore. Qui di seguito, in forma schematica, le principali novità introdotte dalla nuova proposta di legge elettorale e che, ricordiamo, essere oggetto di un dibattito ancora in corso di svolgimento:

  • Doppio turno: se al primo turno la lista più votata supera il 40% dei voti, ottiene la maggioranza assoluta e quindi la possibilità di governare. Il premio di maggioranza pari al 55% dei seggi (340 seggi), scatterà infatti con il 40% dei voti validi anziché con il precedente 37%. Se nessuna lista ottiene il 40%, le due liste più votate vanno al ballottaggio e la lista vincitrice del secondo turno, ottiene la maggioranza assoluta (55% dei seggi).
  • Soglia di sbarramento: ogni lista per avere diritto a una rappresentanza in Parlamento, deve superare il 3% dei voti. Nella proposta iniziale dell’Italicum, invece, era prevista come soglia di sbarramento il 12% per le coalizioni, l’8% per il partito non coalizzato e il 4% per i partiti coalizzati. Con la soglia del 3% viene data la possibilità di accesso in Parlamento anche a partiti minori.
  • Blocco capi lista: nei 100 collegi presenti, i partiti nominano il loro capo lista; mentre per gli altri deputati funzionano le preferenze: è possibile indicare due nomi con alternanza di genere. Se i partiti superano la soglia di sbarramento, i loro capi lista entrano automaticamente in Parlamento. Ed è proprio qui che troviamo il problema. Nel connubio dell’esistenza del blocco capi lista e il premio di maggioranza che si innesta su un sistema proporzionale: le liste che prendono più voti avranno effettivamente una quota di parlamentari che rispecchia le preferenze degli elettori; ma per le liste che prendono meno voti, il numero di seggi a loro destinati verrà spartito non tra i deputati che hanno tenuto le preferenze dagli elettori, ma tra i capi lista di ogni collegio che sono scelti non dagli elettori ma all’interno del partito. Quindi il sistema delle preferenze di fatto si applica solo al partito che ha ottenuto la maggioranza. Un passo in avanti, in ogni caso, rispetto alla lista interamente bloccata prevista dal Porcellum. Un’altra soluzione sarebbero potuti essere i collegi uninominali: ogni partito candida un suo deputato in piccoli collegi, chi arriva primo va in Parlamento e ha la responsabilità di essere il rappresentante della porzione di territorio che lo ha eletto.

Nel suo complesso l’Italicum prevede sicuramente dei miglioramenti rispetto alla precedente legge elettorale quanto a governabilità del sistema politico, ma l’esistenza del blocco dei capi lista non risolve pienamente il secondo polo su cui viene valutata una legge elettorale ossia la rappresentatività delle forze politiche.