Marea nera

pag5.MareaNera.MedioOriente2Di Laura Massironi

Una piovra nera di intolleranza allarga i suoi mostruosi tentacoli sul Medio Oriente. Il cuore e il cervello della piovra si collocano in una regione ricca e ormai stremata, una terra antica, dal duplice nome di Iraq e Siria. Qui si estende una nuova realtà, quella dello Stato Islamico, che mira a costruire un califfato sunnita con ogni mezzo, compreso il contrabbando e la vendita del petrolio di cui questa terra è così ricca. Un’organizzazione ramificata e indistruttibile che vorrebbe sostituirsi alle istituzioni ormai sfaldate dei vecchi Stati postcoloniali. In una Siria piegata da quattro anni di combattimenti rimangono ormai due forze a resistere alla piovra: quella delle milizie curde e quella dell’esercito di Assad. La prima è riuscita anche grazie all’intervento della forza aerea guidata dagli Stati Uniti ad avere la meglio e a liberare la città di Kobane sfinita da quattro mesi di assedio. La seconda forza, che mai ha mostrato segni di cedimento in questi lunghi anni di guerra civile, gode ora se non del favore, quantomeno della distrazione occidentale. Di fronte alla minaccia di uno stato islamico forse le ragioni di un’opposizione sfiduciata ma tenace nella sua resistenza a sud del paese non sono viste più così di buon occhio. Come dire, tra i due litiganti Assad gode.

Non possiamo però limitarci ad esaminare il capo del mostro senza pensare ai suoi non meno inquietanti tentacoli, che arrivano in Yemen e nella più lontana Libia.

Il Paese che quattro anni fa è riuscita a liberarsi del colonnello che la governava da 42 anni è ora spaccato in due: due Parlamenti, uno a Tripoli e uno a Tobruk, due eserciti e molte milizie che si contendono una terra infinitamente ricca e ormai abissalmente povera, sulla quale ancora una volta fa capolino la bandiera nera che grazie alle immagini web abbiamo imparato a riconoscere. Quello della Libia, che ben poco dista dalle coste sud europee malamente salvaguardate dall’operazione Triton, è un fronte caldo per cui la comunità internazionale sarò certamente chiamata ad impegnarsi.

Altro lungo tentacolo della bestia arriva nello Yemen, diviso da differenze confessionali e povertà, nel quale i ribelli sciiti houthi si sono autoproclamati garanti di una transizione costituzionale, approfittando anche della debolezza del proprio grande vicino, l’Arabia Saudita, in lutto per la morte di re Abdullah. Qui opera l’Aqpa, un’organizzazione vicina ad Al Qaeda e come lei votata al jihad.

I tentacoli della piovra sono numerosi e ramificati, ed il pericolo per chi vuole sconfiggerla è non riuscire a trattare il problema nel suo complesso: concentrarsi sullo Stato Islamico non tenendo conto di organizzazioni come Al Qaeda (che a differenza dell’ISIS punta direttamente alla distruzione dell’occidente) o Boko Haram in Nigeria significa non comprendere e dunque non combattere differenti espressioni dello stesso fenomeno.

Il rischio dell’incomprensione del fenomeno si accompagna inoltre a quello della scelta di alleati. A chi affidarsi? Ai Paesi del Golfo, che in maniera più o meno trasparente hanno finanziato in passato movimenti fondamentalisti sunniti? Allo sciita Iran, con il quale sembrano falliti i negoziati che barattavano l’alleggerimento delle sanzioni con la promessa di un uso esclusivamente civile del nucleare? All’Egitto, ormai nella morsa micidiale della dittatura militare di Al Sisi, con cui tutti sembrano voler normalizzare i rapporti? Un ruolo chiave dovranno avere i curdi, che da secoli sognano un’autorità territoriale, per la rabbia della Turchia. Resta infine aperto il caso Israele: come reagirà questo Stato piccolo ma potente al crescere del mostro al di là dei propri confini?

Gli interrogativi a cui rispondere per ora sono troppi e superiori alle nostre capacità di comprensione. La piovra del fondamentalismo è cresciuta ed è un mostro a così tante teste che sembra difficile affrontare questo enorme pericolo con metodi convenzionali: i fatti di Parigi e Copenaghen ne sono una tragica dimostrazione.