«BEATI I POVERI IN SPIRITO» (Mt 5,3)

L’INCONTRO CON I MIGRANTI

Da tempo nel mio quartiere si parla dell’apertura di un centro di accoglienza per 300 richiedenti asilo negli spazi della vecchia caserma. Da una parte si crea un comitato per l’accoglienza e l’inserimento nella realtà locale dei migranti, dall’altra ci sono manifestazioni di protesta dei contrari all’uso della ex-caserma per ospitare questi uomini e queste donne. Il primo novembre il comitato per l’accoglienza organizza una festa in occasione dell’arrivo nel centro della maggior parte dei migranti.

 

Intorno al 10 novembre la professoressa di didattica dell’italiano agli stranieri in Università Cattolica dà una comunicazione alla classe. Una sua collega chiede se c’è qualcuno interessato ad un volontariato come insegnante di italiano in una struttura appena aperta. Io vado dalla professoressa e le chiedo di potermi mettere in contatto con i referenti del progetto perché voglio assolutamente cogliere quest’occasione.

Scopro che la struttura appena aperta è proprio la ex-caserma vicino a casa! Meravigliata per questa coincidenza e curiosa di vedere finalmente com’è questa realtà di cui tanto sento parlare, entro nel centro di accoglienza e, dopo una prima riunione organizzativa, mi metto in gioco nel tenere le prime lezioni.

Nei cinque mesi trascorsi da allora mi sono stupita di molte cose. I ragazzi e le ragazze appena arrivati in Italia non sanno quasi nulla della lingua italiana e qualcuno fatica a scrivere perché poco alfabetizzato, ma quasi tutti conoscono l’inglese o il francese, a seconda di qual è stata la potenza colonizzatrice del loro Paese d’origine. Ciascuno di loro sa diverse lingue, ad esempio, oltre a inglese o francese, una lingua creola e due lingue locali: sono dunque quasi tutti trilingue o quadrilingue e a nessuno sembra un fatto straordinario o di cui potersi vantare.

Quando cammino nel cortile interno della ex-caserma, vedo i ragazzi passeggiare tranquilli nelle loro infradito e ascoltare la musica, poi mi trovo con loro nella mensa mentre pranzano e chiacchierano: non mi sarei aspettata che in un centro di accoglienza l’atmosfera potesse essere così familiare, che potesse esserci l’aria di casa. Penso che un grande contributo all’instaurarsi di un simile clima sia dato dalla onlus che gestisce il centro: essa si avvale del lavoro e dell’impegno solidale e sorridente di molti uomini di varie nazionalità come coordinatori e come cuochi; inoltre collabora con un’impresa sociale che organizza brevi corsi professionalizzanti, con un CPIA (Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti) che si occupa della scuola di italiano e con il comitato solidale del quartiere. Ma anche l’atteggiamento dei migranti è fondamentale perché l’ambiente sia in genere sereno e accogliente.

I ragazzi del centro mi insegnano la capacità di adattamento e mi mostrano la bellezza di uno sguardo semplice e senza pretese nei confronti della realtà. Io non ho conosciuto direttamente la generazione degli italiani che nei primi decenni del Novecento partiva per “la Mericargentina” – l’Argentina secondo i giovani siciliani che varcavano l’oceano senza aver studiato molto di geografia – e dintorni, ma penso che i migranti di oggi e quei nostri bisnonni siano accomunati dallo spirito di speranza e di affidamento a Dio e al prossimo, dalla consapevolezza serena di cos’è la vita e dal coraggio di gettarsi, soli, in una realtà estranea. Credo che questi giovani migranti, che hanno proprio l’età di noi universitari, siano i poveri in spirito di cui parla il Vangelo: loro hanno lasciato le loro case, i loro vestiti, le loro sicurezze e hanno confidato nel fatto che qualcuno si sarebbe preso cura di loro, che la loro vita non sarebbe andata perduta, che Dio o Allah avrebbe dato loro un futuro; il Vangelo dice che loro è il regno dei cieli (Mt 5,3).

Il mondo cosiddetto occidentale ha su di loro una grande attrattiva, coi suoi vestiti, ma soprattutto con la tecnologia: nel centro c’è il wifi e i ragazzi lo usano per collegarsi a internet dai loro cellulari e rimanere in contatto con parenti e amici, ascoltare musica, guardare film e anche semplicemente passare il tempo, dal momento che le loro giornate sono piuttosto povere di impegni. Il loro obiettivo e desiderio è poter lavorare: non chiedono altro che un lavoro per potersi pagare da vivere e avere una vita normale; sono giovani e potrebbero fare lavori di ogni genere, ma noi, contrariamente ad ogni loro aspettativa, non abbiamo da offrir loro un lavoro. Chissà cosa succederà nel loro futuro… Eppure loro sono tranquilli, sono poveri in spirito.

Ciò che di più significativo traggo dall’esperienza di questi mesi – come penso che spesso accada nella vita – sono gli incontri che ho il dono di vivere. Da dicembre insegno ad un gruppo di donne, dai 18 ai 35 anni, e così ho l’occasione di conoscerle – soprattutto le più assidue nella frequenza al corso – e scoprire che voglio loro bene. C’è chi mi ha raccontato di aver lavorato come infermiera e di essere dovuta partire per sfuggire, con il suo bimbo, all’epidemia di ebola; c’è chi ha 18 anni e ama indossare veli colorati; c’è chi fa fatica ad abituarsi al clima italiano e mi dice spesso di stare «così così».

Alla fine, io credo, l’esperienza più umana che si possa fare di fronte al cosiddetto “problema dei migranti” non consiste tanto nel parlare degli sbarchi a Lampedusa, quanto nell’incontrare un fratello e una sorella, che probabilmente da Lampedusa sono passati, e nel riconoscere – con un saluto, un sorriso e magari un dialogo – l’uguale dignità e bellezza di ogni essere umano. Indipendentemente dal passato, che ci distanzia e ci differenzia per molti aspetti, e dal futuro, incerto sia per me che per loro, il presente ci dona l’occasione di accoglierci l’un l’altro: non solamente io posso accogliere nel mio cuore ciascuno di loro, ma anche ogni migrante che mi incontra può accogliere me nel suo cuore. Non servono, infatti, ricchezze e case spaziose per accogliere l’altro: serve solo un cuore umano, consapevole di non bastarsi da solo, aperto all’umanità dell’altro.

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