L’inchiesta inesistente

Foto articolo pag.5 (2)_LAURA MASSIRONISe questo fosse un racconto poliziesco, le indagini dell’inesistente detective si perderebbero in un dedalo di indizi e domande per poi concludersi con un caso irrisolto ancor più carico di interrogativi. Tutto comincia nel 1990 con l’approvazione della legge 185. Figlia della mobilitazione civica degli anni 80, l’innovativa 185 intendeva regolare l’esportazione degli armamenti italiani, le cui transazioni “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia. Tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra (…) L’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono altresì vietati: verso i Paesi in stato di conflitto armato (…) verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche (…) verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani (…)”. Ciò che più di tutto colpirebbe sarebbe però la misura che prevede l’obbligo di riferire in Parlamento sul tema, una ventata di trasparenza in aperta rottura con la politica del Segreto di Stato degli anni precedenti. Incuriosito, il detective inesistente seguiterebbe nella sua indagine. Scoprirebbe che negli ultimi 25 anni la legge 185 ha subito progressive modifiche che ne hanno completamente tradito le aspettative, rendendo molto complesso indagare sulla reale entità di questo mercato. La via da seguire sarebbe quella degli indizi, provenenti per lo più dal lavoro delle Rete per il disarmo, ma nulla di più solido. Di relazioni parlamentari non se ne parla. Si sa per esempio che nel 2009, alla vigilia dell’inizio dei conflitti sulla sponda sud del Mediterraneo, le munizioni Beretta prendevano la via degli arsenali di Gheddafi. Un dato che segnala un’inversione di tendenza. Se nel quinquennio precedente (2005-2009) l’Unione Europea era stata la più importante area di vendita per le armi italiane, successivamente (2010-2015) sono i Paesi africani e mediorientali ad assumere il ruolo di importatori di primo piano. Esclusi gli Stati Uniti, i maggiori acquirenti sono paesi come l’Arabia Saudita, il Congo, la Nigeria e l’Algeria. L’indagine non potrebbe poi tralasciare Israele, verso il quale l’Italia è primo esportatore europeo di armamenti. Concentrando dunque l’attenzione sull’area più calda del pianeta, il Medioriente, l’ipotetico detective scoprirebbe che i maggiori fornitori di armi per i suoi conflitti sono in primo luogo gli Stati Uniti, seguiti da Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Gli interrogativi sarebbero numerosissimi. È lecito presentarsi come pacificatori di un conflitto a cui si offrono materialmente gli strumenti perché continui ad esistere? È conveniente per il Governo di un Paese in recessione rinunciare ad un mercato che nel solo 2014 ha creato un giro d’affari di 453 milioni di euro? È poi giusto colpevolizzare semplicisticamente i fabbricanti d’armi? Come dicevamo all’inizio del nostro inesistente giallo, all’inesistente investigatore non resterebbe che porsi i propri inesistenti interrogativi in attesa di una risposta che, finché non sarà ripristinata la trasparenza prevista dalla 185, sarà appunto inesistente.

Laura Massironi

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