Festival della Fotografia, dove l’etica fa la differenza

Foto articolo pag.7_FRANCESCA BERTUGLIASi è conclusa da poco la sesta edizione del Festival della Fotografia Etica di Lodi, organizzato dal Gruppo Fotografico Progetto Immagine, dove un ringraziamento particolare va ad Alberto Prina e Aldo Mendichi.

Ogni anno mostre nuove, volti nuovi, storie nuove. Solo una cosa non cambia mai: il suo significato. Perché il Festival si fa, perché di anno in anno ha sempre più successo? La risposta è semplice (e confermata dall’enorme afflusso di visitatori). Perché è giusto che si faccia. La gente deve sapere cosa succede nel mondo non solo attraverso la TV, ma anche grazie alla fotografia, per giunta etica. E’ ovvio, c’è una ragione per cui questo evento sia importante non solo in Lombardia e in Italia, ma persino a livello internazionale (quasi da raggiungere la celebrità del Festival di Fotografia di Arles, il più famoso al mondo): permette di far vedere le cose da diverse prospettive, con occhi nuovi. Ogni foto nasconde una storia che ha diritto di essere raccontata.

Ogni giorno siamo bombardati da notizie di qualunque genere e delle quali, il più delle volte, non cogliamo nemmeno il significato. Ecco, il Festival ci fa fermare a riflettere un momento in più.

I fotogiornalisti rischiano la vita, vedono cose che sembrano impossibili, si trovano in mezzo a situazioni inimmaginabili. Eppure la loro non è una semplice professione, bensì una vocazione. Scelgono di entrare nel reale della vita della gente ritratta, con tutto ciò che comporta tale percorso.

L’anno scorso sono stati ospitati reportage sulla violenza psicologica delle bambine modelle negli Stati Uniti, sul maltrattamento delle donne arabe, sulle popolazioni autoctone del Guatemala, sui malati mentali africani.

Quest’anno il del cibo che uccide (obesità, uso di pesticidi illegali che danneggiano irreparabilmente terreni e persone in Argentina), le guerre che stanno devastando il panorama internazionale – in primis Turchia, Grecia, Ucraina-, l’immigrazione.

Il Festival mette in scena il (dis)umano, il sociale, la delicatezza e la sensibilità, la crudeltà e la miseria. Ci regala scatti emblematici davanti ai quali non si può rimanere indifferenti, perché a volte la macchina fotografica sa essere davvero sorprendente quanto brutale: immagini di volti disperati, di povertà, di distruzione e all’opposto immagini di sorrisi, di speranza, di vitalità. In poche parole al Festival c’è la vita e c’è la morte, perché così è la vita stessa.

Passando ad un aspetto più concreto, c’è un altro motivo per cui esso il progetto merita di essere promosso: l’entusiasmo che porta alle nuove generazioni.

Molti ragazzi vivono il Festival da liceali o da universitari; si rendono disponibili in varie mansioni. È un’opportunità fatta di educazione, soddisfazione, impegno e divertimento. E’ un luogo di incontro e di relazione con il mondo della fotografia e dell’etica, grazie al volontariato e al lavoro di gruppo. Così la città si risveglia grazie alla gente che la anima, riscoprendo la sua bellezza storica e culturale.

 

Francesca Bertuglia
Università degli Studi di Milano
Facoltà di Lettere Moderne

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