Il vino di Cana

pag6.NozzeDiCanaDi Francesca Rosellini

Rileggendo il brano delle nozze di Cana non si può nascondere la grande difficoltà nel decifrarlo e nell’interpretarlo. Questo racconto, infatti, è uno dei più discussi e difficili da interpretare tra i racconti del quarto Vangelo (quello di Giovanni) poiché, pur essendo in apparenza semplice, in realtà non presenta il commento o aggiunta tipica del Vangelo di Giovanni ad ogni passo.

In quei dodici versetti di cui disponiamo – sono presenti ben tre dialoghi – nemmeno Gesù dà spiegazione dell’atto simbolico che compie trasformando l’acqua in vino. Si tratta, d’altronde, di un episodio chiave di questo Vangelo, fosse anche per il ruolo svolto da Maria.
Possono in qualche modo aiutarci in questo viaggio alla ricerca di significato, le diverse menzioni dell’elemento del vino: Maria fa notare che “non hanno più vino”, il capo della mensa parla di “vino buono” e “vino meno buono”.  Maria indica che la mancanza di quella bevanda rende impossibile festeggiare gli sposi. Ben sappiamo che Giovanni gioca su più piani, uno fenomenologico e uno teologico. Di vino certo si tratta ma, dicendo vino, l’evangelista intende dire  anche altro, allargando l’orizzonte a quelle valenze concettuali ben note ai frequentatori della Sinagoga. In fondo Giovanni non fa che applicare quel particolare tratto ermeneutico rabbinico, in costante passaggio dal senso “pesat” (“letterale”) a quello “deras” (“connotato”).

Aristide Serra ha studiato il simbolismo del vino di Cana,facendo ricorso a scritti primotestamentari e altri tra cui la letteratura giudaico-ellenistica e ha individuato che il significato di quel vino risulta essere ricco di connessioni e di valenze. Il Vino è l’Alleanza, è la Torà, è l’era escatologico-messianica. È la stessa persona di Gesù. Serra ha anche individuato un particolare tratto nelle parafrasi sinagogali che individuano il monte della rivelazione, il Sinai, come “Cantina della Torà”.  Questa corrispondenza cantina-Sinai indica che sia proprio il Sinai, questa “enoteca della Torà”, il luogo in cui Israele apprende gli insegnamenti divini e decide di accoglierli e compierli.
Afferma inoltre che il passo del Cantico dei Cantici (2, 4, 1): “Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore” è interpretato dal Rabbì Yehudah come “Il Santo mi ha condotta nella grande cantina del vino, vale a dire a dire il Sinai. Là mi ha donato gli insegnamenti della Torah, i precetti e le opere buone, ed io li ho accolti con amore incondizionato”.

Tra i vari simbolismi proposti, infine, quello principale è sicuramente quello del vino con  la Parola rivelatrice di Cristo, il suo Vangelo, che si identifica con la Persona stessa di Gesù. La Parola che è Gesù, è quel vino buono conservato fino ad allora e ora offerto. 
L’acqua da cui deriva il vino buono, inoltre serviva per la purificazione dei commensali. Tale acqua mutata in vino , significa che è giunto il tempo in cui la pienezza della purificazione non è data dall’acqua delle giare, ma dal vino che è Vangelo di Cristo.

Il vino migliore, per ultimo, rappresenta la dimensione escatologica di Cristo come Parola ultima e definitiva. Egli ordina di riempire le gire “fino all’orlo” in simbolo di abbondanza e completezza. Siamo qui nell’ordine di una misura colma della Rivelazione.  Gesù vuole anche indicare che egli si innesta in un terreno precedentemente preparato. Il vino migliore da lui offerto, infatti è ricavato dalle acque del giudaismo: né disperse, né alterate, ma “vino migliore”.

Questo vino conservato “fino ad adesso” è segno dei tempi messianici, in quell’ ”adesso” definitivamente inaugurati.

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